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L'arco e lo Zen


L'arco fu una delle innumerevoli armi usate dagli antichi samurai, e come tutte le altre, anch'esso è fondamentalmente legato allo zen. Visto l’importanza dell’argomento ci soffermeremo sulla religione Zen in un altro articolo.

Osserviamo da vicino l'arco giapponese (yumi). La sua struttura è cinese ma possiede la particolarità di avere il tipo di trazione derivata da quella mongola, ossia un'altezza che variava dai 2.2m ai 2.3m e l'impugnatura "bassa", posta a circa 2/3 dell'arco.
Questa particolare impugnatura portava due vantaggi: il primo è l'aumento di potenza perché i 2/3 superiori della corda servivano da guida mentre la parte inferiore dava una violenta accelerazione all'atto della scoccata, il secondo consisteva nel poter tirare stando seduti a cavallo. Sarebbe stato impossibile, cavalcando, utilizzare un arco così lungo se questo avesse avuto l'impugnatura centrale. Infine, a puro titolo di paragone, l'arco mongolo richiedeva una forza di trazione di 40-50kg mentre lo yumi giapponese, a parità di potenza, richiedeva una forza di soli 25-30kg.

Lo yumi è composto da due legni diversi: bambù per l'anima interna e le due "facce" (anteriore e posteriore) dell'arco e gelso per gli spigoli laterali, entrambi uniti con una speciale colla di pesce.Il bambù fu scelto per la sua cedevolezza a cui unisce una grande resistenza e forza, mentre il gelso è tenero e assai flessibile.

La corda (tsuzu) era ricavata da una pianta chiamata, kanakoso, affine alla canapa, molto fragile ma assai sottile. Tale scelta era dettata dal suono poiché da esso i samurai giudicavano la bontà del tiro (vedi anche in Omero, "Iliade") ed inoltre essi credevano, così si tramanda, che il suono della corda scacciasse spiriti e demoni.Una corda così sottile avrebbe provocato immancabili ferite alle mani degli arcieri, così essi erano costretti, per proteggersi, a portare un guanto di cuoio recante una scaglia di corno di daino nella parte interna del pollice.

Le frecce venivano ricavate da un particolare bambù detto mashinodake (molto diritto) che dopo il taglio (tra novembre e dicembre) veniva seccato per circa quattro mesi e successivamente indurito a fuoco, levigato fino a spianare i nodi, e la superficie era trattata con polvere di smeriglio e acqua. Le frecce così ottenute venivano armate con le punte dalle forme più disparate, aggiunte di tre penne (di falco o aquila) e infine veniva applicata la cocca (l'incavo in cui si mette la corda). La freccia così ottenuta aveva una lunghezza di circa 91cm e anche più.L'esecuzione del tiro è un vero e proprio rito in cui è fortissimo lo spirito zen, anzi lo zen è l'essenza sublime che si manifesta nel gesto. Un rito composto da otto stadi (hassetsu): posizione dei piedi, del busto, dell'arco, incoccatura della freccia, sollevamento, tensione, mira, sgancio-riposo. In queste otto fasi la respirazione pienamente addominale, e per questo innaturale e faticosa, doveva rimanere assolutamente inalterata dal primo all'ultimo istante: condizione questa necessaria per ottenere la totale concentrazione e "animare" la freccia del "ki". Infatti è propri nell'addome che per i giapponesi risiede il "ki", l'energia, la materializzazione della forza dell’essere, lo spirito con cui il Kiudo veniva e viene praticato lo dimostra l’arciere giapponese che rimane immobile nella posizione di tiro fino a quando la freccia colpisce il bersaglio. Come se l'arciere contemplasse e rispettasse, il frutto del suo gesto perfetto, fluido, ricco di anima, di ki, ricco di energia.

Gli arcieri dicevano: "l'importante è scoccare la freccia non colpire il bersaglio", un'affermazione, questa, che può essere riportata a tutte le cose, poiché una cosa fatta bene, fatta col cuore, dà sempre i migliori risultati.

MatteoFallani


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