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Passione, Ragione e Autocontrollo


A tutti è capitato all’inizio di provare smarrimento nel colpire con tutta la propria forza qualcuno, estraneo o amico che fosse, verso cui non c’erano sentimenti negativi. Pur essendo l’autocontrollo uno degli obiettivi del Karate, quando si inizia ad avvicinarsi a quest’arte marziale avviene esattamente l’opposto: con l’apprendimento delle prime tecniche di difesa e di attacco si acuisce il conflitto tra passione e ragione, fino ad allora più o meno latente nell’animo di ciascuno, costretto dal complesso di norme di comportamento che si sono stratificate nel tempo.
Allenandoci impariamo a sollecitare un istinto “proibito”, quello della violenza, senza un motivo reale e ci stupiamo dell’efficacia dei nostri colpi perché fino a quel momento non eravamo pienamente coscienti della nostra forza, considerata in senso lato sia come forza fisica che mentale.
Siamo abituati a lasciare che le nostre risorse interiori reagiscano solo in casi estremi, mentre la pratica del Karate costringe proprio a tirare fuori letteralmente la parte più oscura e nascosta di noi, quella delle passioni e degli istinti, che ciascuno di noi, secondo il proprio carattere e le esperienze che l’hanno formato, nasconde, frena o espone senza controllo.
Ci liberiamo a poco a poco della paura di esprimerci istintivamente, ma quando l’esercizio ha messo a nudo gli istinti, interviene la ragione, che vuole da una parte soffocare nuovamente l’istintività liberata, dall’altra disciplinare il corpo e giustificare il suo operare: si cerca di “capire” i movimenti che impariamo a fare per ottenere la precisione tecnica, ma l’intenzione rende vano ogni sforzo, come sa chiunque cerchi di eseguire una successione di tecniche “pensando a quel che deve fare” Se ognuno si osserva durante l’allenamento alla luce della dualità di cuore e ragione e si interroga con sincerità sul suo personale rapporto con entrambi, ma soprattutto col cuore, capirà meglio gli errori e avrà consapevolezza delle ragioni segrete per le quali, ad esempio, affonda troppo con le tecniche o, al contrario, esita troppo e non dà loro forza, o perché ci sono movimenti “che non riescono”, ma sarebbe meglio dire che “non si vogliono fare”.
Il passo successivo, il più difficile da fare, è l’autocontrollo, che si acquisisce dopo anni di esercizio e di pazienza: non significa delimitazione e rigorosa disciplina della doppia natura umana, piuttosto è la liberazione di noi stessi dalla propria individualità, il porsi al di fuori del dominio di passione e ragione perché se ne ha il controllo, per ottenere “l’arte senz’arte” della filosofia Zen, che, per quanto riguarda il Karate, è il lasciare che i movimenti scaturiscano dall’intimo, senz’intenzione e consapevolezza.
E si impara che la lentezza, nell’esecuzione delle tecniche, è assai più difficile della velocità, ma la cura messa nel compiere ogni singolo atto esercitano qualità interiori, che nel mondo, di fronte a ben altre prove, sapranno poi agire conformemente.

FrancescaGallori


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