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IL KARATE TRADIZIONALE ED IL SUO METODO DIDATTICO
Incontro tra genitori ed istruttori, relatore Maestro M. Cialli

Ricordate il fascino dei saggi insegnamenti del Maestro Myagi nel film Karate Kid? Molti ragazzi si sono avvicinati al karate con in mente quelle immagini che esaltavano la differenza tra i “buoni” e i “cattivi” maestri.
Ma lasciando sullo schermo le forzature cinematografiche, esiste davvero un modo “buono” di fare karate? La risposta ce l’ha data il Maestro Marco Cialli nel corso di un incontro che si è tenuto domenica 13 aprile presso il ristorante Zocchi a Pratolino. Occasione nata per avvicinare i genitori dei bambini e dei ragazzi che praticano il Karate Tradizionale presso quelle palestre dell’area fiorentina legate all’esperienza della Palestra di Porta Romana, che fu tra i primi dojo a proporre un insegnamento del karate pensato apposta per i bambini e che si distinguesse dall’allenamento degli adulti.

Da cosa si riconosce un buon karate? Senza dubbio dal metodo utilizzato per insegnarlo e praticarlo.
E’ dall’impostazione didattica che scaturiscono le tecniche, la forma e, infine, i risultati agonistici. Infatti, come per altre discipline sportive, il banco di prova per giudicare un metodo didattico sta proprio nei risultati raggiunti dagli atleti basta sapere dove orientare lo sguardo e riconoscere quali siano gli aspetti da osservare.   
Il karate insegna che il “risultato” non è rappresentato unicamente dalle vittorie riportate alle gare ma, soprattutto, dal percorso che ogni ragazzo ha intrapreso nel momento in cui si è avvicinato a questa disciplina e che lo ha portato nel tempo a sviluppare quelle capacità di autocontrollo e organizzazione interna di cui darà dimostrazione nelle vittorie agonistiche.
Si può dire che il vero risultato positivo raggiunto da questo metodo sta nel rendere la pratica del karate uno dei contesti di riferimento per lo sviluppo affettivo e cognitivo del ragazzo. Si tratta di un obiettivo a lungo termine che pone al centro la crescita individuale, lo strutturarsi della personalità.
Questo metodo nasce da una serie di “sperimentazioni” che nel corso degli anni sono state intraprese da alcuni istruttori e che sono state poi proposte presso ciascuna palestra una volta valutata la loro efficacia didattica.
L’idea guida del metodo adottato è quella di rendere il karate un’ occasione per i ragazzi di sviluppare la propria individualità, cercando di far emergere in loro organizzazioni interne, schemi che non siano ancorati al contesto sportivo ma che forniscano una modalità di gestione delle proprie risorse che può essere utilizzata, ad esempio, anche nel contesto scolastico.
Diversamente dalla programmazione scolastica, l’attività del karate non ha vincoli relativi ai tempi di acquisizione e alla necessità di raggiungere delle performance standard. Gli istruttori utilizzano questo margine di libertà per lasciare ai ragazzi non solo il tempo di assimilare le tecniche ma, soprattutto, per consentirgli di riorganizzare, di “accomodare” le strutture interne che si formano nel confrontarsi con le varie sfide che incontrano nel praticare una disciplina completa come il karate. Queste acquisizioni non riguardano solo la conoscenza del proprio corpo ma anche la capacità di utilizzare consapevolmente i mezzi a propria disposizione per raggiungere un obiettivo, per sciogliere e risolvere un “problema”.
La sostanziale caratteristica di questa modalità di insegnamento sta nell’impostare l’allenamento in modo tale che le difficoltà, gli ostacoli che il karateka incontra nel suo percorso, rappresentino un quesito da risolvere; la scelta didattica che fa la differenza starà tra dare subito una risposta “preconfezionata” o invece fornire i mezzi perché il ragazzo possa raggiungerla autonomamente. Se si arriva alla soluzione da soli, dopo numerose prove ed errori, non soltanto si ricorderà meglio ciò che si è raggiunto come frutto dei nostri sforzi ma avremo anche acquisito una maggiore conoscenza dei percorsi cognitivi intrapresi per raggiungere una meta. Per dirla più semplicemente, sarà come aver disegnato una mappa mentale che ci servirà ad orientarci per le soluzioni future.
Visto in quest’ottica il risultato agonistico acquista importanza per il ragazzo in quanto rappresenta un obiettivo che egli è stato in grado di porsi e per cui ha saputo gestire autonomamente il proprio tempo e le proprie energie.

Durante l’incontro si è affrontato un ulteriore aspetto essenziale di ogni pratica sportiva: il confronto con il gruppo di pari. I bambini praticano il karate insieme ai coetanei; si viene così a creare un contesto di “gruppo” in cui i ragazzi hanno la possibilità di sviluppare ulteriori competenze legate ad esempio alla gestione delle emozioni. Inoltre, se sufficientemente coeso, il gruppo dei compagni di karate può rappresentare per gli adolescenti un ambiente in cui sperimentare la propria ricerca di identità senza perdere la continuità col percorso intrapreso in precedenza, anzi utilizzando quelle mappe interne che vanno strutturandosi per sapersi gestire all’interno del gruppo. Il gruppo può funzionare da elemento propulsore per il miglioramento delle abilità dei singoli.

Dalle parole del Maestro Cialli emerge una forte coscienza del valore che può avere il diffondersi di una buona cultura dello sport. Questo avviene grazie all’impegno del gruppo di palestre legate a questo progetto diffuse sul territorio e alla capacità di coinvolgere le famiglie per renderle consapevoli delle potenzialità che la pratica del karate Tradizionale può avere nella vita di un ragazzo.



Laura Benelli

Praticante del Muteki Dojo Firenze


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