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Il mio primo anno di Karate


La mia scelta non è stata per niente meditata, contrariamente ad anni di decisioni ben ponderate: la mia amica mi ha proposto di fare Karate con lei e io ho accettato. Dopo due giorni ero in palestra. Forse è stato un segno del destino (non perché mi attendessero glorie sportive), coincidente con una fase di rottura della mia vita, perché da quel giorno ho iniziato a fare cose del tutto impreviste e inaudite, su cui non mi dilungherò.

Quando si osserva il maestro fare una tecnica sembra che sia tutto facile ma non è così. Avevo l’impressione (ma ce l’ho ancora) di avere dei blocchi di cemento al posto delle braccia e delle gambe ed avevo una scoordinazione totale. Mi rilassavo solo quando il maestro ci regalava dei frammenti filosofici. Lì andavo forte, la teoria mi piace. Peccato non sia tutto, ma è difficile colmare un cronico squilibrio tra allenamento del corpo e della mente. Il momento più drammatico è stato imparare taikyoku shodan: lo so, è stupefacente, ma non capivo la dinamica dei movimenti e ciò che non capisco non lo riesco a fare. Il cervello si scollega. Ho riempito decine di foglietti di embusen per capacitarmi della dinamica, poi il salotto della mia amica è stato risolutivo: una sera lo abbiamo vuotato e ci siamo esercitate insieme. Sua sorella ebbe un serio attacco di ridarola quella sera, ma i karateka si abituano presto all’incomprensione e poi lei evidentemente non aveva avuto la chiamata. Intanto si prospettava la possibilità di cambiare maestro e questo, per un principiante, significa staccarsi dal babbo. Il nuovo maestro doveva essere un tipo che faceva lezione prima di noi, in una stanza confinante agli spogliatoi. Da quella stanza uscivano le sue urla terrificanti e non potendo assistere alla lezione, si temeva francamente il peggio. Al termine uscivano tutti stravolti e questo non prometteva niente di buono. La mia amica dichiarò che al primo urlaccio se ne sarebbe andata e anche io ne convenni, perché sono un tipo tranquillo. Non era ancora ben chiaro il concetto di kiai, e del resto io mi sto battendo sin dalla prima ora per l’affermazione del kiai mentale.

Alle prime sue lezioni, molto affollate, si capì subito la pasta di cui era fatto il nuovo maestro e ogni proposito di fiera ribellione o vile fuga cadde. Crebbe tuttavia in me il senso di sgomento e inettitudine che già si era insinuato nei primi mesi. Sono consapevole che posso essere la disperazione anche del maestro più paziente del mondo, se voglio. I grandi maestri non conoscono materia inerte, però, e ben presto capii che, nonostante la gran folla, mi si teneva d’occhio. Non c’era errore bizzarro o difetto maldestro che il maestro sottolineava che non l’avessi già commesso io, ma questo era niente. Realizzato il caso disperato, il maestro cominciò a correggermi personalmente da ogni punto del tatami: “Francesca, il braccio destro!”, “Francesca, la gamba sinistra!”. Tanto ero presa, che quanto mi sconcertava non erano tanto le parole destra e sinistra, sarebbe stato abbastanza banale e non degno della mia storia personale, quanto piuttosto le parole braccio e gamba. In seguito il maestro passò agli sguardi di rimprovero, di biasimo e di riprovazione, che sono più temibili del suo kiai ma certo più comprensibili per un animo sensibile come il mio. Ho seriamento pensato che era meglio tornare a più miti passatempi ma ho tenuto duro. Lo chiamano masochismo. Non ho memoria di aver mai fatto cose che non andassero in quella direzione.

Francesca Gallori
Un'allieva del MUTEKI DOJO FIRENZE

FrancescaGallori


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